PALESTINA - TERRITORI OCCUPATI - STRISCIA DI GAZA
RESTIAMO
UMANI
WWW.CONTROLACRISI.ORG 24/06/2014
09:03 POLITICA- INTERNAZIONALE
| Autore: federica pitoni
Israele con la scusa dei tre coloni rapiti ha aperto un'altra cruenta offensiva contro i palestinesi
Di quanto sta accadendo in Palestina dai media non si viene a sapere nulla. Cosa ci raccontano i media? Ci dicono che sono stati rapiti tre adolescenti israeliani, ci dicono che sono stati quelli di Hamas, ci fanno vedere la grande preoccupazione dell'intero mondo per loro. Ma nessunosta raccontando quel che accade veramente in questi giorni in Palestina.
Andiamo con ordine e proviamo a ricapitolare alcuni ultimi fatti, che possono sembrare slegati tra loro, ma proverò a spiegarvi perché invece tutto è collegato.
Agli inizi di questo mese, dopo una serie di difficili colloqui e un lavorio diplomatico interno, in Palestina si è dato vita
a un nuovo governo di riconciliazione, comprendete le due fazioni palestinesi più grandi: Fatah e Hamas. Lavorio diplomatico difficile, in quanto ormai da anni le due fazioni si guerreggiavano, militarmente e politicamente, senza esclusione di colpi. Questo governo dovrebbe portare a breve termine, qualche mese al massimo, a nuove elezioni.
Cosa non da poco, dato che da anni ci si trovava di fronte a una situazione per cui Hamas di fatto impediva lo svolgersi di elezioni, rifiutandole, e giustamente l'Anp non voleva, andando a elezioni solamente in Cisgiordania, porre nei fatti quella impossibile e scandalosa divisione del territorio palestinese, tanto cara al governo di Tel Aviv, ma che nessun palestinese può accettare. E questo creava una situazione di stallo inaccettabile ormai.
Questo nuovo governo di riconciliazione stava ridando delle pur labili speranze al popolo palestinese, e soprattutto aveva incassato un risultato non da poco: il riconoscimento da parte di tutte le nazioni, Stati Uniti compresi. Israele, quindi, si era per la prima volta forse, trovato in un momento di grave isolamento politico, con gravi difficoltà di politica interna e nudo davanti al mondo che cominciava a vedere come la politica degli insediamenti illegali, per esempio, aveva minato nel profondo ogni possibilità di colloqui di pace. Persino l'amministrazione statunitense dava segni di imbarazzo per la protervia nella politica degli insediamenti del governo Netanyahu.
C'era poi stata la visita del Papa nella regione, una visita da molti sottovalutata, ma che ha avuto un peso politico non piccolo.
Innanzitutto la scelta del Vaticano di andare sia in Israele che in Palestina: praticamente una dichiarazione politica. La Palestina riconosciuta ufficialmente come Stato dal Vaticano. E poi dei segnali, apparentemente piccoli, ma di grande importanza: in visita in Palestina, il Papa, dovendo raggiungere Betlemme per la messa, ha fatto saltare ogni protocollo e ha voluto fare una visita al muro di divisione israeliano. Una presa di posizione politica, se la si sa leggere: fermarsi lì, farsi fotografe di fronte al muro simbolo dell'occupazione della Palestina, far vedere al mondo intero quello che normalmente non viene visto, portare l'intera stampa mondiale a dover raccontare del muro e a parlare di Palestina. Tutto il resto del viaggio, le visite, gli incontri, fanno parte di un protocollo strettissimo cui non ci si può sottrarre.
Quel passaggio, no. Per questo anche ha valore. Ha messo Israele di fronte alle sue responsabilità.
Senza dire parole che non avrebbe potuto pronunciare, ha trovato una modalità di condanna dell'occupazione. Bene, questo è lo scenario in cui si trovava Israele fino a qualche giorno fa: politicamente difficile, con un isolamento che non
aveva mai vissuto.
Cosa è accaduto poi? E' notizia questa che avete certamente letto su tutti i giornali: tre adolescenti israeliani, tre coloni, sono scomparsi nel nulla. Immediatamente Israele ha gridato al rapimento.
Immediatamente. La cosa singolare in questa vicenda è che tutte le notizie che si hanno in merito, anche le presunte rivendicazioni, vengono da fonte israeliana. Infatti non ha tardato ad arrivare una rivendicazione da parte di Hamas. O per lo meno così ci hanno raccontato gli israeliani.
E ora la parte che meno si conosce, perché nessuno l'ha raccontata. In tutta la Palestina si è scatenato l'inferno. Qui non si tratta di normali ricerche di presunti rapiti, ma di deliberati atti di terrorismo. No, non parlo di guerra, perché una guerra è dichiarata e si combatte almeno su due fronti. Qui ci troviamo di fronte a raid, rastrellamenti, perquisizioni, devastazioni, limitazioni di movimento, giacché le principali città e moltissimi villaggi sono stati immediatamente dichiarati zona militare chiusa. Spostarsi in Palestina è divenuto impossibile.
E la notte si trema, perché è di notte che si scatenano nelle loro rappresaglie.
Un po' di numeri per capire l'entità di quel che sto raccontando: dall'inizio della campagna israeliana, neanche dieci giorni, sono stati uccisi 5 palestinesi e ne sono stati arrestati ad oggi 529 (mentre scrivo è questa la cifra, ma cresce sensibilmente di ora in ora, soprattutto di notte in notte): 179 a Hebron, 87 a Nablus, 75 a Betlemme, 52 a Jenin, 49 a Ramallah, 36 a Gerusalemme, 23 a Tulkarem, 13 a Qalqilya, 7 a Tubas, 7 a Salfit e uno a Gerico. Già questi numeri ci danno un'idea della sproporzione della reazione israeliana. E' straziante vedere ogni giorno quel che accade: il conteggio degli arrestati, gli assassinati (sì, assassinati, perché un ragazzino di 13 anni che stava vendendo dolci per le strade di Hebron, o un ragazzo che si accingeva ad andare al lavoro, o un altro ragazzo che pascolava le pecore, uccisi con colpi da distanza ravvicinata, fanno più pensare a veri e propri omicidi che ad altro), e le foto delle devastazioni delle case perquisite, delle città messe a ferro e fuoco, e ancora dei funerali dove partecipano sempre migliaia di persone, e i volti delle madri e dei figli, il dolore e la rabbia. E' difficile spiegare cosa si prova di fronte a tutto questo.
La sensazione e la paura, che tutti hanno, soprattutto in Palestina, è che Israele, come sua consuetudine, voglia attuare di nuovo la politica del fatto compiuto: annettersi tutta la Palestina e mettere il mondo di fronte a questo fatto. Il pretesto? La sicurezza dei propri confini, che sempre più si allargano.
Ecco, dietro alla vicenda dei tre coloni sionisti scomparsi (e che ci auguriamo, ovviamente possano tornare a casa, mentre purtroppo non torneranno a casa i palestinesi assassinati da Israele), c'è tutto questo e molto altro ancora. E c'è il dolore e la rabbia di un popolo che lotta da più di 66 anni per veder riconosciuti i propri diritti
----- Messaggio originale-----
da: Pa
a: semprecontrolaguerra ; genovapropalestina
soggetto: [semprecontroguerra] La Palestina è sotto attacco!
Sabato 21 Giugno 2014 La Palestina è sotto attacco!
Appello urgente alla solidarietà internazionale
Il Fronte Popolare per la Liberazione della Palestina chiede con urgenza a tutti i sostenitori e gli amici della Palestina, al popolo palestinese in tutto il mondo, alle nostre comunità palestinesi e alle persone in tutto il mondo in esilio e nella diaspora di scendere in piazza e di agire in risposta agli attacchi da parte dell’occupazione in corso e alle atrocità contro quasi tutte le città, i paesi, i campi profughi e i villaggi della Cisgiordania e di Gaza.
Ovunque le strade sono piene di jeep e veicoli blindati e di soldati armati per uccidere, i cieli pieni di elicotteri Apache e F-16 che minacciano di far piovere morte sulla nostra gente.
La scorsa settimana le forze di occupazione hanno intensificato la loro guerra contro il popolo palestinese, ecco una lista dei crimini:
a.. - l'uccisione proprio oggi del ragazzo di 13 anni Mahmoud Jihad Dudeen a Dura fuori da Al-Khalil, colpito al petto, l'uccisione di Ahmad Sabarin, 20 anni, del campo profughi Jalazone;
b.. - la sparatoria e il ferimento di numerosi palestinesi in tutta la Cisgiordania e Gaza, tra cui il ferimento dei giovani palestinesi Yazan Yacoub, 17 anni al torace, nel campo profughi di Qalandiya e di Amir Sa'dy Saleh, anche lui 17 anni, a Jenin;
c.. - le invasioni massicce e le razzie, l'invio di migliaia di soldati di occupazione ad al-Khalil, Ramallah, Nablus, Jenin, Betlemme, Gerusalemme, Qalqilya, l’area di Salfit e l’assedio delle città, dei villaggi e dei campi profughi, che sono stati particolarmente presi di mira con invasioni di massa e violenti attacchi;
d.. - le violente invasioni di case e gli arresti di massa di centinaia di palestinesi tra cui studenti, attivisti, parlamentari, leader politici e la presa di mira di ex prigionieri politici per ri-arrestarli e molestarli, compresa la cattura di 51 ex prigionieri liberati nello scambio di prigionieri del 2011 e un fallito tentativo di arrestare Samer Issawi, ex prigioniero in sciopero della fame.
e.. - la demolizione di case palestinesi, lasciando sempre più famiglie senza casa;
f.. - la violenza crescente e dilagante dei coloni e gli attacchi contro i palestinesi e le terre palestinesi in tutta la Cisgiordania;
g.. - il bombardamento e distruzione di Gaza da parte di aerei da guerra dell’occupazione;
h.. - la chiusura, il coprifuoco, i posti di blocco e le restrizioni di movimento imposti ai palestinesi;
i.. - l'invasione dell’Università di Birzeit e gli arresti di studenti, assedi di varie organizzazioni della società civile e anche associazioni di beneficenza.
Questa brutale violenza da parte dello stato coloniale di apartheid razzista, delle sue forze armate e dei suoi coloni è in aumento giorno dopo giorno.
La tortura dei prigionieri palestinesi è ormai ufficialmente sanzionata e il sangue palestinese scorre per le strade di Gaza e della Cisgiordania, e la gioventù palestinese viene calpestata sotto le ruote delle jeep dell'esercito invasore.
Questi crimini incontrano un opprimente silenzio internazionale e una totale complicità.
I palestinesi continuano a resistere, a protestare, a vivere, a lottare, nonostante l'aggressione che minaccia la loro esistenza quotidianamente, nonostante la complicità e il tradimento di funzionari dell'Autorità Palestinese che continuano a impegnarsi nella cooperazione di sicurezza con l'occupante, che sta conducendo una guerra ai campi profughi, alle città e ai villaggi palestinesi.
Gli Stati Uniti, il Canada e l'Unione Europea hanno continuato a procedere come se nulla fosse e non hanno sollevato un singolo grido di protesta o di preoccupazione - al contrario, gli Stati Uniti continuano a spedire ogni giorno 10 milioni di dollari di aiuti per lo più militari verso lo stato di occupazione.
È chiaro come siano partner a pieno dell'occupazione nella guerra in corso contro il popolo palestinese.
In un gesto particolarmente assurdo e offensivo lo stato di occupazione è stato eletto vice-presidente della quarta commissione delle Nazioni Unite - presentando i problemi della decolonizzazione e dei diritti dei rifugiati palestinesi, che l'occupante stesso ha negato negli ultimi 66 anni - mentre allo stesso tempo è impegnato in questo assalto coloniale, brutale e totale alle vite palestinesi.
La perpetrazione di tutto questo non può essere consentita in totale silenzio.
Poco è stato ascoltato da parte dei mass media internazionali.
Le organizzazioni internazionali che cercano di difendere i diritti umani - in particolare il Comitato Internazionale della Croce Rossa che testimonia quotidiane violazioni contro i prigionieri palestinesi - devono parlare e terminare il loro dannoso silenzio. La voce del popolo deve essere ascoltata.
Per l’ennesima volta è ora che i movimenti popolari del mondo scendano in piazza per esprimere la loro solidarietà con la Palestina e chiedere la fine della complicità in corso dei funzionari internazionali e il supporto verso l'occupante. I palestinesi stanno resistendo – ma l'immagine della gente in solidarietà proveniente da tutto il mondo, in piedi accanto a loro, sarà incoraggiante e darà forza al popolo palestinese, nella sua lotta contro un occupante crudele.
Vi invitiamo ad agire ora, oggi, con urgenza per sostenere il popolo palestinese sotto attacco. Il silenzio deve finire:
1. Intensifichiamo il boicottaggio! L'arma critica di isolamento internazionale degli occupanti deve essere intensificata. Boicotta "Israele" a livello culturale, accademico ed economico.
Esporre e colpire le corporazioni - come G4S - la cui tecnologia viene utilizzata per la guerra contro il popolo palestinese.
2. Scendete nelle strade! Marciate, manifestate, rompete il silenzio negli spazi pubblici per chiedere la fine di questi
attacchi. Parlamenti e governi devono essere ritenuti responsabili per la loro complicità.
3. Occupate e fate chiudere i consolati e le ambasciate dell’occupazione.
Queste ambasciate e consolati stanno liberamente operando in tutto il mondo, mentre i palestinesi stanno soffrendo
arresti di massa, il coprifuoco, la chiusura e le uccisioni.
Non dovremmo lasciare che lo stato di occupazione continui ad agire indisturbato per il mondo.
La solidarietà dei popoli del mondo con la Palestina e le nostre lotte collettive per affrontare il sionismo e l'imperialismo sono sempre stati una fonte di forza, mentre affrontiamo il brutale occupante. Questa è una situazione di emergenza.
E’ ora di agire!
Cari/e come vi sollecitavo già ancora da Gaza la scorsa settimana, la situazione precipita rapidamente.
La minaccia su Gaza è di fare una operazione cosi veloce e feroce che non abbiano il tempo di accorgersene.
e quella sul West Bank si sta dipanando come una occupazione di terra, pronta ad una escalation.
Il mondo tace o non se ne accorge di proposito.
Non credo che noi li fermeremo, ma certamente qualcosa va fatto di pubblico e possibilmente rumoroso, provocatoriamente chiaro.
Io proporrei che la miniriunione pensata per scambiare due idee lunedi 23 prossimo all'expo, presso i Tre merli
alle 18 diventi un riunione in cui chi è disponibile a fare o una manifestazione o un presido venga a discuterne e
prepararla possibilmente per mercoldi o giovedi prossimi.
non c'è tempo se vogliamo che almeno arrivi un messaggio
ci sono poi cose collaterali da fare insieme e prima e dopo essere andati in strada.
lettera ai parlamentari EU, al nostro fighissimo primo ministro e alla ministra di guerra, a tutti i partiti politici, al papa (che forse è l'unico che risponderà) da mandare contestualmente a tutti i giornali.
un volantino semplice da usare ripetutamente.
tradurre in inglese ed arabo queste cose perchè si possano mandare in giro anche dove si subisce e resiste (in certi
momenti è importante).
spedire tutto ciò a giornali e nei siti in altre parole venga chi ha tempo e capacità di lavorare due o tre giorni di fila e a ritmo adeguato a fare queste cose.
non credo che abbiamo bisogno di scambiare troppe opinioni su quello che sta succedendo, che è chiaro come la luce del sole, incluso quanto riguarda i "missing 3", che non sono certamente la ragione (ma forse il casus belli costruito apposta) di questa escalation e comunque non la giustificano in nessun paese civile, dove sarebbero un caso di polizia investigativa.
vi ringrazio per la attenzione e se potete allungare ad altri questo invito alle trombe.
saluti
www.cipmo.org Editoriale
05-06-2014 Nuovo governo di unità palestinese. Boomerang Netanyahu di Janiki Cingoli
E' impressionante vedere la rapidità e la determinazione con cui la Comunità internazionale, dagli Stati Uniti alla UE, dall'ONU alla Russia, alla stessa Cina, ha accolto il nuovo Governo di Unità Palestinese sostenuto da Fatah e Hamas, dichiarandosi pronta a collaborare con esso e a proseguire nella politica degli aiuti fin qui concessi. Ben diverso fu l'atteggiamento assunto verso il precedente tentativo di governo di Unità Nazionale costituito nel marzo 2007, dopo il primo accordo della Mecca tra Fatah e Hamas. Quel governo finì per crollare pochi mesi dopo, a giugno, stretto nella morsa delle sanzioni e dell'isolamento internazionale e minato dai dissidi interni tra le due formazioni, che portarono al colpo militare di Hamas a Gaza.Ha influito certamente, nel diverso atteggiamento internazionale, la composizione della compagine appena insediatasi, costituita da tecnocrati slegati dai partiti, quasi una fotocopia di quello uscente, a partire dal Primo Ministro, ai due Vice Primi ministri, al Ministro delle Finanze a quello degli Esteri. Nessuno dei ministri - ha sottolineato il Segretario di Stato John Kerry - appartiene a Hamas. Il profondo disappunto espresso da Netanyahu verso la scelta USA non è servito dunque che ad indurre gli esponenti della Amministrazione americana a ribadire la loro scelta, ai massimi livelli, rendendola ancora più significativa. Alla base della svolta che si è registrata vi è il fallimento del tentativo di mediazione condotto per nove mesi da Kerry, terminato senza risultati alla fine di aprile. Anche se sono stati attenti ad attribuire le responsabilità ad entrambe le parti, è evidente che gli Stati Uniti danno le maggiori colpe del fallimento ad Israele.L'intervista concessa sia pure a titolo anonimo dal Vice di Kerry, Martin Indyk, al grande giornalista Nahum Barnea, sul quotidiano israeliano Yediot Ahronot, indicava chiaramente nella continua espansione degli insediamenti israeliani la causa primaria dell'insuccesso. Ma era stato lo stesso Obama, in una importante intervista concessa a Jeffrey Goldberg nel marzo scorso, alla vigilia del suo ultimo incontro con il Premier israeliano, a sottolineare l'impraticabilità per Israele, se voleva mantenere la sua democrazia, della scelta di continuare ad occupare i Territori Palestinesi e di sviluppare la politica degli insediamenti, ed il rischio di un crescente isolamento internazionale del paese.
"La condanna della Comunità internazionale - aggiungeva - può tradursi in una mancanza di collaborazione quando si arriva a interessi chiave nella sicurezza. Ciò significa una ridotta capacità di influenza per noi, gli Stati Uniti, su questioni che sono di interesse essenziale per Israele. Si può sopravvivere, ma non è preferibile." Forse una larvata allusione agli atteggiamenti che gli USA potrebbero tenere in futuro in sede di Consiglio di Sicurezza, ove forse il tradizionale veto sulle questioni sgradite a Israele, o a una possibile nuova Risoluzione sul conflitto, sarà d'ora in poi meno scontato. Gli Stati Uniti affettano una scelta di benigna negligenza verso la questione, al punto che nell'ultimo discorso tenuto da Obama a West Point, sulla politica internazionale del suo paese, nessuna menzione è stata fatta del problema israelo-palestinese, anche se in seguito non sono mancate le dichiarazioni sul permanente interesse degli USA per la sua soluzione. Siamo tuttavia di fronte ad una nuova tappa della divaricazione tra USA e Israele, anche se nessuno dei due è interessato a sottolinearne la portata. Se Netanyahu poteva pensare di aver risolto i suoi problemi diplomatici e garantito l'unità del suo Governo, con la fine dell'iniziativa Kerry, forse sta oggi accorgendosi che i veri mal di testa cominciano adesso.
Non è un caso che, al di là delle proteste e delle condanne, lo stesso Governo israeliano abbia assunto sostanzialmente una posizione di attesa, autorizzando il Primo Ministro ad assumere misure punitive verso il nuovo governo, ma senza adottarne per il momento alcuna. Si è anzi ribadito che la collaborazione tra i due sistemi di sicurezza, essenziale per garantire la tranquillità israeliana, continuerà anche in futuro. Le posizioni più estreme, come quella del Ministro dell'Economia Naftali Bennet, che proponeva di annettere per ritorsione tutta l'area C, sono rimaste isolate.
Punto di contesa, annunciato, è l'intenzione israeliana di impedire la tenuta di elezioni, preannunciate entro l'anno, a Gerusalemme Est, se vi sarà la partecipazione di Hamas, il che ha già consentito al nuovo Governo palestinese di lanciare una campagna internazionale perché invece tali elezioni siano consentite.
Va detto, per chiarezza, che è tutt'altro che scontato che i tempi siano così rapidi. Questo è un governo destinato a gestire l'ordinaria amministrazione e a preparare le elezioni, ma in Palestina i tempi non sono mai certi. Restano divisi i due apparati di sicurezza palestinesi, a Gaza e in Cisgiordania, e divise le due amministrazioni. Si tratterà di un processo lungo e complesso. Ed ancora più difficile sarà il processo di riforma dell'OLP, che secondo gli accordi dovrebbe aprirsi all'ingresso di Hamas e di altri gruppi, come lo Jihad islamico. Un processo che Fatah non ha certo fretta di avviare. Ma una pagina nuova si sta aprendo, le cui conseguenze sul piano locale, regionale e internazionale sono tutte da verificare.